A Terracina sembra ormai esserci una nuova regola: se non lo hai pubblicato sui social, è come se non lo avessi fatto.
Per l’amministrazione comunale una buca rattoppata diventa una notizia, una strada pulita un risultato, un cartello installato un annuncio, un dissuasore di velocità un evento. Anche la normale manutenzione diventa una conquista da rivendicare.
E così sembra iniziata una gara anche tra assessori e assessori e consiglieri: chi arriva prima sui social, chi pubblica la fotografia, chi prende più like, chi riesce per primo a intestarsi un intervento.
Ma amministrare una città non è una gara a chi pubblica per primo un post.
Un post dovrebbe raccontare un provvedimento amministrativo, non sostituirlo e tanto meno anticiparlo. Non sostituisce una risposta a un cittadino e non sostituisce un’amministrazione che funziona.
Il problema è che, sempre più spesso, sembra contare più il racconto dell’intervento che l’intervento stesso. A Terracina non si governa: si racconta di governare.
E i terracinesi, di conseguenza, si adeguano. Di fronte a una buca, a una strada dissestata, a un problema di viabilità, di sporcizia o di degrado, la domanda non è più: “A chi devo fare la segnalazione?” È diventata: “Dove devo pubblicare la fotografia?”
Perché il cittadino ha capito che un post può produrre più attenzione di una segnalazione formale. Una fotografia online può essere vista da centinaia di persone, mentre una segnalazione agli uffici comunali può perdersi nei meccanismi della burocrazia, senza che il cittadino sappia se e quando arriverà una risposta.
E così il social diventa l’ufficio reclami, Facebook il protocollo, la fotografia la segnalazione, il commento la richiesta di intervento e il like una forma di pressione politica.
Questo non è il successo della comunicazione digitale. È il fallimento del rapporto tra cittadino e istituzione.
E quando un cittadino protesta per un problema reale, la risposta non può essere, (come purtroppo fanno gli esponenti della maggioranza) accusarlo di essere “polemico”, di “usare troppo Facebook” o di fare “propaganda contro il Comune”.
La prima cosa da fare dovrebbe essere molto più semplice: verificare se il problema esiste. Poi risolverlo. E, se necessario, spiegare perché non è stato possibile farlo.
Questa dovrebbe essere la normalità amministrativa.
Cari amministratori, cari assessori: la politica non è propaganda.
La comunicazione è uno strumento dell’amministrazione. Ma quando lo strumento diventa il fine, qualcosa si è rotto.
Una buona amministrazione non ha bisogno di trasformare ogni intervento ordinario in un evento mediatico. Non serve una fotografia per dimostrare che una strada è stata pulita, né un post per raccontare l’installazione di un cartello.
L’ordine dovrebbe essere un altro: programmazione, atto amministrativo, intervento, verifica del risultato e, solo dopo, comunicazione ai cittadini. Non il contrario.
Perché una città non si governa con Facebook, Instagram, TikTok, fotografie e like. Si governa con gli atti, le risorse, le competenze, la programmazione, il confronto, la responsabilità e soprattutto con i risultati.
Alla fine, la vera domanda non è quanti post siano stati pubblicati o quanti like abbiano ricevuto.
La domanda è una sola: “Quanto è migliore Terracina rispetto a prima?”
Perché quando il post sostituisce la politica, il click la partecipazione e la fotografia il risultato, non è il social ad aver sconfitto la politica. È la politica che si è arresa al social.
Un’amministrazione non si giudica da quanto è brava a raccontare ciò che fa, ma da quanto è capace di fare ciò che serve.
Non serve un post per dimostrare che una città funziona. Se funziona, se ne accorgono i cittadini.
I post passeranno. I like passeranno. Le fotografie passeranno. Terracina resterà.
Ed è alla città, non ai social, che questa amministrazione dovrà rendere conto.
Non con un post. Con i fatti.
Arcangelo Palmacci
Segretario Provinciale e locale di Azione