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Stimoliamo il dibattito sull’agricoltura industriale

| di Marco Villa
| Categoria: Comunicati Stampa | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Abbiamo molto, molto apprezzato il documento elaborato dal WWF di Terracina pubblicato qui: https://wwflaziogruppoattivolitoralepontino.com/2019/03/12/oggi-in-iii-commissione-a-terracina-presentata-la-posizione-del-wwf-sullagricoltura-e-non-solo-sulluso-dei-pesticidi.

Poiché riteniamo che a Terracina le intelligenze ci sono, ma manca l’intellighenzia, ci inseriamo nel dibattito volutamente con l’intenzione di stimolarlo il più possibile.

Prima di tutto, bisogna evidenziare un punto fondamentale: l’agricoltura industriale come si è sviluppata nel nostro territorio non favorisce la sovranità alimentare, dato che la produzione agricola locale o va direttamente in Germania, oppure finisce al Mercato Ortofrutticolo di Fondi, da cui poi si dirige verso altri lidi ed in minima parte al consumo locale.

Tutto ciò contrasta fortemente con quanto sostiene il movimento delle città resilienti, per il quale la sovranità alimentare è uno dei punti fondamentali.

Qui apriamo una doverosa parentesi.

Uno dei nostri attivisti è cresciuto, negli anni ’70, con un padre che, lavorando nel settore dell’industria elettrica, ripeteva continuamente questa frase: «Nel 2023 il petrolio sarà finito».

Siamo nel 2019 ma la profezia, che ricorda un po’ le previsioni del famoso Club di Roma, non si è avverata.

A metà degli anni ’80, invece, ci hanno detto che saremmo tutti morti di AIDS.

Alla fine degli anni ’90 ci hanno raccontato che i computer si sarebbero spenti tutti allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999, a causa del cosiddetto millennium bug.

In seguito, profezie del genere hanno continuato ad apparire. L’ultima è quella per cui ci restano solo 12 anni per salvare il pianeta.

Lungi da noi, pertanto, lanciarci in allarmi catastrofistici, però il nostro buon senso ci dice, per una serie di motivi, che la sovranità alimentare sia cosa buona e giusta.

Strano che il concetto di sovranità alimentare non attecchisca in un territorio, come l’Agro Pontino, nel quale sono ancora forti i nostalgici dell’autarchia.

Il secondo punto che va assolutamente evidenziato è che l’agricoltura industriale, al pari della famosa “rivoluzione verde” – la quale non ha assolutamente risolto il problema della fame nel mondo –, è una sorta di “grande opera inutile” che arreca notevoli danni all’ambiente e alla salute, come evidenziato benissimo dal documento del WWF di Terracina.

Senza arrivare agli eccessi indiani, dove qualche anno fa si suicidava un contadino ogni mezz’ora a causa degli elevatissimi prezzi dei semi OGM che davano origine a piante che non germinavano, lo sanno per primi i nostri imprenditori che l’agricoltura industriale è una trappola con la quale si arricchiscono solo mafie, caporali, grande distribuzione organizzata e multinazionali.

Inoltre, l’agricoltura industriale non crea posti di lavoro di cui possano usufruire braccianti italiani, proprio perché i margini di profitto per gli imprenditori sono risicatissimi e di conseguenza questi ultimi devono superare l’impasse facendo lavorare stranieri sottopagati e sfruttati.

Infine, i prodotti finiti non sono di elevata qualità, e lo confermano i prezzi bassissimi ai quali sono posti in vendita nei supermercati, dove, proprio grazie a quei costi, attirano orde fameliche di consumatori che cercano di risparmiare il più possibile per nutrirsi male (salvo poi spendere cifre esorbitanti per acquistare smartphone che utilizzano per il 10% delle loro potenzialità, ma questo è un altro discorso).

L’agricoltura industriale, in altre parole, non supera a nostro avviso l’analisi costi-benefici.

Fatte queste doverose premesse, la società civile terracinese dovrebbe interrogarsi sulla seguente questione: che cosa vuole fare Terracina da grande o, meglio ancora, Terracina vuole diventare grande?

In altre parole, Terracina vuole continuare a vivere di agricoltura industriale come sta facendo da qualche decennio a questa parte, o vuole vivere di turismo?

Già, perché secondo noi le due cose non sono compatibili.

L’agricoltura industriale inquina le acque e senza un mare pulito il turismo non prospera.

Non solo: la manovalanza straniera che lavora nelle campagne spesso vive in quartieri-ghetto piuttosto degradati che riducono il valore commerciale degli immobili, danneggiando di nuovo il turismo.

Non solo: in un territorio nel quale il suolo non ha più la capacità di drenare l’acqua per l’eccessiva impermeabilizzazione derivante dalla forte presenza di serre, si creano voragini come quella che ha interessato la SS 148 Pontina il 25 novembre scorso, un altro evento che non ha fatto certo bene al turismo.

Tra l’altro, saremmo anche curiosi di sapere quante aziende agricole hanno effettivamente ricevuto i risarcimenti per i danni alle loro serre in seguito alla tromba d’aria che ha colpito il nostro territorio a novembre 2017. Da quello che ci risulta, infatti, chi ha installato serre abusive non ha ottenuto alcun rimborso... Segno che il territorio non viene adeguatamente controllato e tutelato.

Ricapitolando: Terracina che cosa vuole fare da grande? Vuole diventare una città con una qualità della vita elevata, oppure vuole continuare ad alimentare il capitalismo estrattivistico che ha stabilito che nel nostro territorio andava sviluppata l’agricoltura industriale?

Tra l’altro, diventa anche importante interrogarsi su chi, in passato, ha voluto questo sviluppo dell’agricoltura industriale nel nostro territorio.

Da quello che abbiamo capito, all’inizio degli anni ’90, in seguito alla caduta del muro di Berlino, nel nostro Paese si è creato un vuoto di potere che è stato colmato da persone che sono transitate per forze dell’ordine e servizi segreti, con qualcuno che ha anche intrapreso l’attività politica. È stato in quel periodo di vuoto di potere che il nostro territorio è stato inserito nelle logiche perverse della globalizzazione con l’introduzione ed il sostegno all’agricoltura industriale.

Altro problema legato al settore è il tasso di illegalità diffusa: abbiamo già parlato delle serre abusive, ma poi ci sono le questioni legate alla manovalanza straniera che non si sa com’è arrivata, al caporalato, alle agromafie, all’evasione contributiva e fiscale, al mancato rispetto dei diritti umani, della normativa per la sicurezza sul lavoro, ecc.

Anche in questo caso notiamo che i nostalgici dell’autarchia, in barba ai loro atavici principi, non si sono creati problemi ad assumere manovalanza straniera. Quest’ultima inizialmente era rappresentata da maghrebini, i quali però non si sono dimostrati adeguati (i primi a lamentarsene sono stati gli autisti ed i controllori Cotral, perché i maghrebini spesso salivano sugli autobus senza titolo di viaggio). Successivamente è stata trovata un’etnia più docile, i sikh, alcuni dei quali si sono integrati benissimo (molti di loro sono donatori abituali di sangue).

Riguardo al caporalato, poi, ci ha colpito il fatto che gli ultimi arresti hanno riguardato lo sfruttamento di manovalanza africana, nonostante nel nostro territorio siano presenti numerosissimi indiani, come se le indagini si fossero indirizzate solo in una direzione (sul punto, ringraziamo Sergio per averci messo la “pulce nell’orecchio”).

Terracina vuole o no diventare grande? Vuole ancora tutta questa illegalità diffusa sul proprio territorio?

Tornando al documento del WWF di Terracina, sugli eventi climatici in generale riteniamo che sia necessario un supplemento d’indagine.

Come abbiamo evidenziato qui (https://terracinasocialforum.wordpress.com/2017/03/10/i-peggiori-inquinatori-sono-i-militari-sia-in-tempo-di-guerra-che-in-tempo-di-pace), i militari sono i peggiori inquinatori, sia in tempo di guerra che in tempo di pace.

Se guardate il meteo in tv, alla fine compare spesso una scritta: “Servizio offerto dall’Aeronautica Militare”. A volte le previsioni vengono illustrate da ufficiali in divisa.

I militari sono coloro che studiano da più tempo i fenomeni meteorologici, per cui hanno un know how in materia ormai ben consolidato, di conseguenza il supplemento d’indagine è assolutamente necessario, anziché scaricare tutte le responsabilità dei cambiamenti climatici sulle fonti fossili.

D’altronde la stessa agricoltura industriale non è altro che l’applicazione di logiche belliche alle coltivazioni: i parassiti (animali e vegetali) vanno sterminati (compresi però anche gli insetti utili) ed il boom nell’uso dei fertilizzanti ha avuto origine dall’eccesso di armi chimiche negli arsenali alla fine della prima guerra mondiale. L’Agro Pontino, dopo la bonifica, è stato terra d’elezione per la sperimentazione di quelle nuove tecniche agricole.

Riguardo al suolo che non assorbe più acqua in occasione dei temporali stagionali, oltre alla già evidenziata eccessiva presenza di serre impermeabilizzanti, il WWF sottolinea come le opere di bonifica non funzionino più come un tempo, a causa dei tagli alla spesa pubblica.

Sul punto, c’è per caso un legame con l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione?

Quali forze politiche hanno votato quel provvedimento?

Nel documento del WWF si parla anche degli insetti. Senza scomodare Pier Paolo Pasolini che notò la sparizione delle lucciole, con un criterio puramente empirico abbiamo osservato che gli insetti sono notevolmente diminuiti negli ultimi decenni, a causa dell’utilizzo massiccio dei pesticidi, sia nelle campagne che nelle città. Sono però aumentate altre specie di insetti, probabilmente a causa dell’utilizzo errato degli stessi insetticidi. Ci riferiamo, ad esempio, al calo delle zanzare nostrane del genere Culex pipiens a vantaggio delle Aedes albopictus, più note come zanzare tigre. La battaglia è stata impostata male? E quali sono i possibili danni alla salute?

Il documento del WWF contiene poi verso la fine la seguente frase:

L’integrazione tra la produzione e la trasformazione per aumentare la possibilità di mercato (es. industria farmaceutica).

A meno che il WWF non abbia in mente aziende come Aboca, noi riteniamo assolutamente negativo il riferimento all’industria farmaceutica: non si può chiedere di abbandonare la chimica in agricoltura, per poi tornare... alla chimica.

Marco Villa

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